ENRIQUE VILA-MATAS LA VIDA DE LOS OTROS 
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VILA-MATAS: L'HOTEL COMO TEATRO PERFETTO

ANDREA BAJANI


Nessuno come Enrique Vila-Matas ha saputo raccontare il ritrarsi degli scrittori, il loro dire “no grazie” alla scrittura. Nessuno come lui ha saputo mettere in scena l’esercito pacifico dei Bartleby, la schiera di quei romanzieri cioè – da Rimbaud a Walser a Bazlen – che dietro di sé hanno lasciato soltanto la linea argentea delle parole già scritte, come lumache di cui resta, al mattino, soltanto un arabesco filiforme sull’asfalto: è il disegno misterioso della loro assenza, la bellezza luminosa del loro congedo.

Marienbad elettrico, che esce ora per Humboldt Books, nella cura di Elena Liverani, scrive un capitolo ulteriore di quella che si può considerare una delle avventure stilistiche più originali e significative oggi in Europa. Uscito originariamente in Francia nel 2015, è proposto ai lettori italiani insieme a Bastian Schneider, testo di un’irresistibile conferenza tenuta dall’autore di Dublinesque al College de France nel marzo dell’anno scorso.

I libri – ci ha fatto sempre pensare Vila-Matas – sono le uniche stanze in cui si può incontrare la scomparsa degli autori. Soggiorna oltre la porta di un libro: è sufficiente abbassare la maniglia del titolo e quella che si apre è l’assenza di un autore trasformata in parole. Noi siamo – dicono le parole – la stanza dello scrittore.

Attraverso il dialogo con l’opera dell’artista francese Dominque Gonzalez-Foerster, in Marienbad elettrico Vila-Matas mette in scena la stanza reale di un autore, e ovviamente è vuota. Hotel Splendid,  installazione madrilena di Gonzalez-Foerster, aveva al centro una stanza vetrata, vuota, e quella era la stanza dello scrittore. Il Palacio de Cristal di Madrid trasformato in un hotel: sedie a dondolo, libri, e l’assenza stoccata dentro un parallelepipedo in vetro. Dov’è lo scrittore? Non c’è. O c’è stato e ora non è più; o deve ancora arrivare; o ti sta guardando mentre lo cerchi.

L’hotel, d’altra parte, è il teatro perfetto per una vita inventata, per Vila-Matas. L’Hotel de Suède, a Parigi, in rue de Vaneau, era il posto in cui andava a sparire il protagonista di Il dottor Pasavento. E si intitola Hotel, ancora, una delle opere più note di Sophie Calle, del 1981, altra artista con cui negli anni Vila-Matas ha intessuto un dialogo fertile. Cosa racconta l’assenza?, si chiedeva Sophie Calle fotografando le stanze di un albergo veneziano dopo che gli ospiti ne erano usciti. È la presenza nascosta negli oggetti, l’invisibile che custodisce ogni luogo.

La stanza dello scrittore, scrive Enrique Vila-Matas, è “il luogo mitico in cui sempre si svolge il grande dramma umano, non privo, a volte, di luce”. È “lo spazio centrale di ogni tragedia”; è il luogo “dove Emily Dickinson si recluse con le sue millesettecento poesie”. Ma è anche il luogo dove si nasconde il Minotauro, è il centro del labirinto. Esiste davvero il Minotauro?, è lecito chiedersi. Ma la risposta è superflua; non importa: è il niente che spaventa, l’assenza che paralizza. È colui a cui la letteratura presta le parole, perché la sua solitudine sia almeno ascoltata.

“Dove finisce l’opera?”, si domanda Vila-Matas raccontando il vuoto della stanza di Hotel Splendid. “Ammesso che sia iniziata in un luogo preciso”, si affretta poi a chiosare. “Finisce o inizia nel giardino e nel lago che si trovano nei pressi del Palacio […], in una piazza di Lisbona, o in un hotel di fronte all’Atlantico, in quell’hotel malandato dove Wim Wenders parlò dello ‘stato delle cose’”. L’opera finisce nella Stanza 19, l’inaccessibile stanza dedicata allo stesso Vila-Matas dall’artista francese al Centre Pompidou di Parigi.

Si sparisce nell’opera: è questo che in fondo dicono entrambi. Nel suo inconfondibile procedere per divagazioni e citazioni vere o presunte (il Sebastian Schneider del secondo testo del volume è il suo “fornitore di citazioni letterarie”), Vila-Matas trova così nel lavoro di Dominque Gonzalez-Foerster il suo complemento perfetto. “Entrambi usiamo tecniche simili: riutilizziamo materiali già prodotti, spostiamo componenti in luoghi inattesi”. Il fine non è essere originali a tutti i costi, va da sé, ma ridare un significato, a “ciò che iniziava a perdere senso”, a far muovere “ciò che sembra ristagnare”. Basta affacciarsi a una stanza e guardare chi non c’è.

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